FABIO BASSO: CONTAMINATO DALLA NATURA
di VITTORIO CARACUTA

 

Fabio Basso non ha paura di perdersi, se è l’ispirazione artistica il vortice in cui le polarità cardinali si confondono, nel riformulare la guida verso un universo pittorico di intensa ed emozionale partecipazione creativa.
Non vi è possibilità che il gioco dei dadi possa non tornare, se nel dualistico frontale con la tela la prima idea indefinita, che preme per uscire, si fa macchie di colori e a gradi si compone nell’immagine, quasi automatica scrittura, di cui l’artista si fa cosciente mano a mano nel comporre.

 

Dipingere, come scrivere, come suonare, è innanzi tutto l’esperienza del sentirsi attraverso le cose e del farsi delle cose attraverso il sentirsi dell’artista. In lui, in quell’istante, il mondo viene messo tra parentesi; i connotati della cosa che tutti chiamano realtà,
come anche quelli della soggettualità identitaria, vengono dispersi, perché l’oggetto artistico possa rinascere e ritornare depurato dalle sue forme superfciali, per dimostrarci invece la propria essenza, la sua forma pura, al di là dell’esser ritenuto. Il viaggio non è la meta e l’arte non è il suo concludersi in un quadro, ma la forma della vita, che dura quanto dura il palpito, la pulsazione da cui fluisce.

 

Così Fabio non ha mai smesso di cercarsi e di cercare risposte ai propri interrogativi, non ha mai smesso di costruirsi e di cercare l’ipotesi giusta per la propria costruzione. La storia di questo cercarsi, il viaggio, è la stessa storia del farsi della sua pittura, un farsi autonomo, del tutto inciso nei momenti topici della sua esistenza.

 

 

Qualche volta la pittura è stata il crogiolo personale attraverso cui passare, dissezionarsi, discettarsi e appassionatamente, impietosamente, frugare nelle viscere dei sentimenti, nello specchio delle immagini create, per vedersi vero e non supposto.
Qualche volta ancora è stata lo staffile con cui punire ciò che della realtà del mondo andava perseguito; il pungiglione acuto e acre con cui trafiggere una società ipocrita, falsa nelle cerimonie, affettata nei personaggi, dannosa nei confronti delle radici autentiche della vita, costantemente messe a rischio da folli rituali e dai meschini interessi; è stata lo scudiscio da vibrare caustico, sarcastico nell’ironia beffarda e amara. Sempre, però, con il tipico talento per i forti contrasti del colore, le personalizzazioni spinte delle
forme, spietatamente espressionistiche, e l’esposizione di quello che nella mascheratura quotidiana sfugge al numero dei più.

 

Poi qualcosa è accaduto, qualcosa si è contornato in una nuova stanza della vita.

 

L’autore vi dirà che ad un certo punto ha deciso che fosse ora di “imparare a disegnare”, ma il furore artistico non è scomparso, probabilmente non si è nemmeno attenuato, bensì si è meglio ordinato verso un messaggio, cui aderire con la più sincera commozione: Fabio si è “lasciato contaminare dalla natura”: laddove l’uomo inquina e distrugge, l’essere aurorale e primigenio delle cose vitali e ancestrali ricapovolge il rapporto e diviene l’occasione per rifondare l’umanità perduta, nei suoi sensi più profondi.

 

Ed ecco allora la luce nuova dei quadri, ecco alberi curviformi tesi tra terra e cielo, acque e tappeti di erbe e neve, colti nel loro progressivo trasformarsi luminoso, o per il sopraggiungere delle stagioni; ecco il contrasto tra le parti affollate di figure vegetali e spazi aperti e di silenzio, come in musica il rapporto tra pause e note; ecco la natura farsi ritmo, plurivocità armonica nelle foglie, negli steli, nelle cortecce, nelle ondulazioni fitte dei dettagli: la natura conosce sì la coralità, la musicalità del tutto consonante e coerente, mentre l’uomo oggi disconosce di essere organicità plurivoca e al massimo riesce a presentarsi come affastellarsi di individualità astrattamente sommate e comunque divergenti, distruttive.

 

Il passato dell’artista non è stato negato, lo ritrovate nel gesto fitto delle pennellate, che egli sente come la possibilità di unire suoni, versi e immagini nell’atto creatore del pennello che corre sulla tela. I colori, originali e sempre giocati con sapiente scelta, minimale a tratti nei contrasti, vivono in un acrilico, che spesso riesce a farsi persino materico, senza per questo perdere la capacità del disegno, dell’espressione e della luce, che la sua scelta tecnica consente.

 

I sapienti riflessi viola, lilla, sanguigni e comunque virati nelle cromie, dimostrano ancora la volontà di interpretare più che di rappresentare; la luce più che semplicemente illuminare gli oggetti li crea. Il correre fitto dei dettagli, il reticolo di vibrazioni negli scenari, possiede il gusto orientalista dell’autore, liberamente fuso con la suggestione delle sonate di Bach e con le note a grappoli di un ipotetico clavicembalo.

 

Nella terra del Giorgione, nel Veneto del colorismo e del tonalismo, del paesaggio come musica e poesia, che riempie sensi ed anima, la radice non si è persa nemmeno nell’arte contemporanea ed una tradizione irripetibile ed unica ha comunque lasciato traccia anche negli interpreti attuali. Una traccia che è spontanea, che non è volutamente cercata, ma liberamente si riproduce, forse ingenerata dallo scenario stesso della natura amata. La lezione che vorrebbe esserci nei quadri di Fabio Basso è quella di cercare ancora le corrispondenze tra il proprio linguaggio interiore e quello di comunione della natura, andando tuttavia al di là di quel che crediamo di noi e delle cose intorno a noi: l’uomo può ancora salvare se stesso, se non resta sordo e muto di fronte alle suggestioni che gli esseri vitali sanno suggerire; è un messaggio che non cessa di ricordare che abbiamo ancora da ritrovarci e che possiamo comunque ancora fermare la dissoluzione del nostro essere identitario, la sua falsifcazione, attraverso il riconoscimento delle nostre verità sentimentali e delle autentiche sorgenti della vita.